Essere "polýtropos"

Nel precedente post ho accennato velocemente all'epiteto utilizzato da Omero (o chi per lui) in apertura di Odissea per descrivere Ulisse: "polìtropo". Ebbene, questo aggettivo può essere il centro di una riflessione letteraria che ritengo interessante esplorare perché ci dice qualcosa non tanto sul passato ma sul presente e su ciò che siamo.

Questo l'incipit del proemio:

Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ πλάγχθη, ἐπεὶ Τροίης ἱερὸν πτολίεθρον ἔπερσεν.

Allora, partiamo dalle basi: consultando il GI, dizionario compagno di mille traduzione dal greco all'italiano ai tempi del classico, il termine "πολύτροπος" (polýtropos) ha diversi significati ma abbastanza precisi: "che si volge da ogni parte", "che ha molto viaggiato", "versatile" o "multiforme" solo per citarne alcuni. E nel tempo rinomati traduttori dell'Odissea si sono attenuti alla resa più o meno letterale della parola.

La voce "polýtropos" sul GI.

Ippolito Pindemonte nell'Ottocento scrive:

Musa, quell'uom di multiforme ingegno dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra gittate di Ilïòn le sacre torri. 

Rosa Calzecchi Onesti nel Novecento traduce:

L'uomo ricco d'astuzie raccontami, o Musa, che a lungo errò dopo ch'ebbe distrutto la rocca sacra di Troia.

Veniamo al presente, più precisamente al 2017: la studiosa e traduttrice britannica Emily Wilson utilizza un approccio innovativo, arrivando a tradurre così i primi versi dell'Odissea:

Tell me about a complicated man, Muse, tell me how he wandered and was lost when he had wrecked the holy town of Troy.

Così facendo, "polýtropos" è diventato "complicato". Non sta a me, classicista dilettante, stabilire la bontà o meno di questa traduzione. Evidentemente Wilson ha scelto questa strada volendo restituire sin dall'inizio la complessità di Ulisse, un uomo dalle molteplici sfaccettature sia positive sia negative. È una scelta soggettiva e in quanto tale va rispettata, che si sia d'accordo o meno.

La studiosa e traduttrice Emily Wilson.

Tutto quello che posso fare in questa sede è aggiungere un mio parere, quindi altrettanto soggettivo. La traduzione di Wilson mostra un difetto, una malsana abitudine della contemporaneità: descrivere o giudicare il passato secondo i valori e le categorie di pensiero del presente. Un anacronismo concettuale, insomma. Lo dico sempre ai miei studenti: non bisogna guardare ai tempi andati con la sensibilità odierna; ogni epoca ha la propria mentalità, le proprie regole e modi di vivere non sempre simili ai nostri, a volte del tutto diversi. Relativismo culturale, nello spazio e nel tempo.

Traducendo "polýtropos" con "complicato", si potrebbe attribuire al personaggio omerico uno spessore psicologico tipico dei protagonisti letterari del Novecento, spostando l'accento dall'esteriorità di Ulisse (le sue qualità, i suoi viaggi) alla sua interiorità. È una lettura sicuramente interessante, anche se potrebbe risultare fuorviante.

Poi, come si dice, generalmente "tradurre è tradire": risulta difficile, se non impossibile, trasporre un'opera da una lingua all'altra conservandone intatte tutte le sue sfumature di significato. E va bene così, il bello è che traduzioni diverse non necessariamente devono togliere qualcosa all'originale, potrebbero anche arricchirlo, come nel caso dell'Odissea di Emily Wilson o (pensando al cinema) all'Odissea di Christopher Nolan, di cui ho parlato più diffusamente su Effetto Rashomon, che ringrazio per aver accolto la mia riflessione sull'avvincente rilettura del regista britannico.

Due paroline anche sul nome di Ulisse: l'originale greco è "Ὀδυσσεύς" (Odyssèus); etimologia incerta, forse dal verbo greco "ὀδύσσομαι" ("essere odiato"), come è scritto proprio nel XIX canto dell'Odissea; per il latino è nota la forma "Ulixes", resa famosa dal poeta greco Livio Andronico, attivo però a Roma nel III secolo a.C.

Testa di Ulisse.

Andronico tradusse infatti l'Odissea in latino, adattandola alla cultura e religione romane, quindi anche "latinizzando" i nomi di eroi e divinità, Odisseo compreso. Per completezza, "Ulixes" deriverebbe da qualche variante dialettale greca di "Ὀδυσσεύς", come "Ὀλυσεύς" (Olysèus) o "Ὀλυττεύς" (Olyttèus) di cui erano a conoscenza i popoli dell'Italia meridionale in contatto con la Magna Grecia.

Questo è quanto; se qualche lettore è arrivato fin qua senza abboffarsi la uàllera (espressione dialettale napoletana che indica la noia), lo ringrazio.

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